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L'universo dei bambini down al Fantasio Festival

Con "21" Georg Maag e Valentina Oliva raccontano i loro "incontri particolari"

Domenica 22 aprile
"
21"
di Georg Maag e Valentina Oliva
Racconti e storie di ragazzi down
Ore 17.30 - Rocca Paolina

 

 

Uno scrittore e una studentessa di filosofia insieme per descrivere - e svelare - il sorriso, le paure, le passioni dei bambini down

Come vi è venuta l’idea di scrivere “21”?
G: L'editore Gagliotta aveva da sei mesi acquistato i diritti per l’Italia di due miei testi della collana “L’Altra Scuola” quando, all’interno di una mail, ha accennato che avrebbe voluto far uscire un libro sul tema handicap, meglio ancora sulla sindrome di Down, e mi ha chiesto se fossi disposto a scrivere un libro del genere per lui. Una proposta che mi attirava e mi preoccupava, un'impresa che sentivo di non poter affrontare da solo, anche se non era facile trovare uno studente, preparato e bravo, in grado di affiancarmi. Ma poi, come a volta capita nella vita, la vera fortuna mi si è presentata davanti sotto le sembianze di Valentina Oliva, una giovane e brillante studentessa di filosofia e – di nascosto – pure poetessa nonché grande divoratrice di libri.

V: Parlare di “vera fortuna” mi sembra eccessivo! Diciamo che Georg si è “imbattuto” in me e ha avuto l’arditezza di farmi una grande proposta: scrivere un libro con lui. Ovviamente io ho rifiutato, dubitavo di riuscire a scrivere un libro. Soprattutto, mi intimoriva il tema della sindrome di Down, che mi toccava molto da vicino. Ho una sorella Down, e mi sembrava impossibile parlare di una cosa tanto personale. ’aspetto più buffo di tutta la vicenda è che Georg non sapeva nulla di mia sorella, aveva scelto me per ragioni del tutto diverse, non per la mia esperienza diretta con la Sindrome di down. Sta di fatto che quando gli ho raccontato la mia storia mi ha praticamente obbligata ad accettare, oltre ad avere fiducia nelle mie capacità di scrittrice ora vedeva in me anche una preziosa fonte di informazioni sulla sindrome. Aveva prospettato lunghi mesi di ricerche che ora si ridimensionavano grazie al contributo che potevo apportare io. Così, grazie alle sue capacità affabulatorie e con una certa teutonica insistenza, Georg mi ha convinta.

Perché l’avete scritto?
G: Mi piacciono le sfide, prima di tutto. E 21, già in fase di pianificazione, era chiaramente una sfida grande, enorme; un camminare perennemente sul filo rischiando di scivolare nel banale o, peggio ancora, nella commiserazione. Erano due errori in cui potevamo cadere facilmente. Scrivere un libro così, lo sapevo già dall’inizio, sarebbe stato duro. Quanto duro, l’ho scoperto poi durante la stesura, ma ormai eravamo partiti. E poi ero incuriosito dal “mondo Down”. Mi piace scrivere libri con temi che mi possono insegnare qualcosa, che nascondono tra le pieghe approfondimenti, possibilità di scoperte interiori. Per me i miei libri sono viaggi interiori, non devono e non possono essere facili, e poi odio il turismo di massa. Sotto questo aspetto, 21 era perfetto. Un anno e mezzo prima avevo pubblicato “il giardino” presso la Lapis, già su un tema difficile e molto crudo come la morte vista da una bambina piccola. Questo era l’aspetto che mi intimoriva maggiormente: finire come autore in un ambito di scrittura che si occupa di problematiche e temi difficili. Meno male che nel frattempo è uscito una piccola fiaba mia, “il piccolo porcellino”, così ho preso un po’ di respiro prima di cominciare con 21. Ma ora che è finito, sono contento. 21 mi ha fatto crescere come persona e come autore, e mi sembra la cosa più bella che uno scrittore possa dire di una sua opera.

V: Ho accettato la proposta di Georg perché non riuscivo a trovare validi motivi per rifiutare. Ad ogni nostro incontro Georg mi parlava a lungo di tutti i vantaggi che ne sarebbero derivati, primo fra tutti quello di poter usare il libro a scopo “terapeutico”. La scrittura avrebbe potuto diventare catarsi, un metodo per affrontare una situazione personale dolorosa, un problema che pensavo non esistesse e che invece nascondevo a me stessa. E così è stato. Grazie a 21 mi sono liberata di molte ansie e di un peso che mi portavo dietro fin da quando ero piccola. Insomma, l’ho fatto per egoismo! Senza dimenticare, naturalmente, che l’opportunità di scrivere un libro è cosa rara: non sono stata abbastanza coraggiosa per rifiutare un’offerta tanto interessante. Ma lo scopo principale del libro è quello di far arrivare la sua voce a tutti color che non sanno nulla della SDD, soprattutto ai giovani, per far vedere loro che questo mondo, che spesso fingono di non vedere o che hanno paura di affrontare, è una parte del loro mondo che non possono rinnegare o nascondere. Vuole dire loro che i ragazzi Down, i “non-normali” sono persone speciali, dolcissime, capaci di insegnarci cose che noi abbiamo da tempo dimenticato. E c’è anche la speranza che arrivi un messaggio che oltrepassa i confini della SDD e che oggi è di fondamentale importanza, ed è che la diversità, sotto qualsiasi forma si presenti, è una fonte di ricchezza per tutti noi. Come dice Michail Bachtin: “Essere significa essere per l’altro e, attraverso l’altro, per sé. L’uomo non possiede un territorio “interno” sovrano. Egli è integralmente e sempre su una frontiera: guardando dentro di sé, guarda negli occhi altrui o attraverso gli occhi altrui. Non posso fare a meno dell’altro, non posso divenire me stesso senza l’altro”.

Presentere questo libro al Fantasio festival, a Perugia. Cosa vi ha spinto a partecipare?
G: «Intanto stimo molto Moony Witcher, la conosco da tempo, mi piacciono i suoi libri e poi sono in perfetta sintonia con lei su molti temi: soprattutto entrambi consideriamo i bambini come soggetti e non come consumatori, da sfruttare per trane guadagno. Il Fantasio Festival sarà un luogo in cui i bambini possono esprimersi, non un posto polveroso dove gli adulti parlano di bambini e scelgono per loro. C'è molto entusiamo, molta vitalità attorno a questo festival e credo che sia una cosa molto positiva».

Lei e Valentina Oliva avete incontrato a lungo dei bambini e dei ragazzi down prima di scrivere il libro. Il Fantasio Festival è una manifestazione dedicata alla creatività. Questi bambini, affetti dalla sindrome che rapporto hanno con la fantasia, con l'immaginazione?
«E' una domanda difficile a cui rispondere. Quello che posso dire è che chi è affetto di sindrome di down mantiene una sensibilità fortissima per tutta la vita: rimane per sempre bambino. Forse la loro creatività non è superiore alla nostra ma sicuramente il rapporto con l'immaginario non cambia con il passare degli anni».

E’ stato difficile scrivere 21?
G: Sotto l’aspetto stilistico no. Avendo intuito da subito che un libro sulla sindrome di Down sarebbe stato difficile sotto un punto di vista, diciamo così, della sensibilità, ho deciso quasi da subito che almeno non ci fossero restrizioni stilistiche. L’editore inizialmente mi chiedeva un libro tutto sulla stessa persona, un romanzo di 200 pagine con un solo protagonista, e ho detto di no. Lasciandoci la libertà di scegliere lo stile di ogni singola storia in base al contenuto abbiamo avuto un po’ di respiro, e, alla fine, è stato interessante scoprire di possedere registri in cui non mi ero mai espresso fino ad ora. La vera difficoltà era la sofferenza di dover inquadrare ogni singola storia prima di iniziarla, stabilire il tema-chiave, raccogliere i contenuti e scandagliare tutti i sentimenti che potevano essere toccati per poi cucirli addosso al protagonista della storia. Insomma: ogni storia è stata un’immersione totale nel protagonista, un faticoso avanzare verso un finale prestabilito che spesso mi sembrava non arrivasse mai. E quasi sempre a storia finita ero sfinito. Ammetto che ci sono almeno due storie mie (e altrettanto per Valentina) che erano, in tutta franchezza, troppo dure sia da scrivere, sia da inserire nel libro, e che abbiamo preferito non pubblicare. Altra difficoltà: volevamo a tutti i costi mantenere un buon equilibrio all’interno del libro. Più che buono, doveva essere perfetto, altrimenti tutto quanto poteva precipitare o nella banalità, o nella commiserazione. Volevamo storie che parlassero di tutti gli aspetti della sindrome di down, alcune leggere, altre pesanti, così come sono in verità. Dovevamo dare informazioni, ma non volevamo per niente che diventasse un libro “scolastico” nel senso peggiore della parola, insomma, uno di quei testi che i ragazzi vorrebbero buttare dalla finestra dopo tre pagine. Doveva essere un libro “vero”, un libro di short-stories che avrebbero catturato il lettore senza tediarlo con scalette didattiche. Allo stesso tempo non volevamo crogiolarci nel dolore, e nemmeno far finta che tutto era, in fine dei conti, il migliore dei mondi possibili. Non lo è affatto, è “un mondo a parte”, e lo è per colpa nostra, di noi “normali”. Questo spero che venga fuori dalla lettura del libro.

 
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