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indietroIntervista a Giovanni del Ponte

Da piccolo non voleva andare all'asilo per non perdersi i cartoni animati di Braccio di Ferro in tivù e gli piaceva molto invece stare con la sua tata Giova, che gli raccontava paurosissimi ed emozionantissimi film dell'orrore. Dopo aver fatto il liceo classico ha frequentato la Facoltà di Lettere dedicandosi alla realizzazione di cortometraggi e film per il cinema indipendente. Ma la vera svolta della mia vita avviene quando conosce la sua attuale compagna Giovanna, per la quale scrisse la sua prima storia: "Il Natale di Ben", con protagonista una specie di folletto proteggicase, Rop lo Snulf. E si scopre così scrittore. Giovanni del Ponte da allora ho abbandonato il cinema per i libri per ragazzi. E con successo. Con il libro Gli invisibili e la strega di Dark Falls, ha vinto il Premio Nazionale di narrativa per ragazzi Comunità Montana dell’Alto Crotonese. Un anno dopo, nel 2004, con Gli invisibili e il castello di Doom Rock ha vinto il premio Bancarellino e nel 2005 il Premio G.Arpino.

Da piccolo eri un appassionato di cartoni animati e dei racconti di film dell'orrore. Hanno influenzato il tuo essere scrittore?
«Amavo soprattutto i cartoni in bianco e nero di Braccio di Ferro e quelli di Silvestro e di Wile Coyote e Bip-Bip. Al cinema i miei cartoni preferiti erano “Gli aristogatti” e "Vip mio fratello superuomo" di Bruno Bozzetto (in seguito mi conquistò un altro suo cartoon: "Allegro non troppo"). Ma quand'ero piccolissimo "Putiferio va alla guerra" di Roberto Gavioli mi sconvolse per l’impatto emotivo e la denuncia contro la guerra: attendo con impazienza che qualcuno si decida a editarlo in dvd! Ricordo poi con grande affetto le giornate in cui la mia tata sarda Giovanna mi raccontava i paurosissimi film dell’orrore che io non potevo andare a vedere perché vietati ai minori di 14 anni. In particolare ricordo un titolo suggestivo: “La cavalcata dei resuscitati ciechi”, mai titolo per me fu più suggestivo. Qualche anno fa purtroppo quel film l’ho anche visto… Ed è stato molto educativo, perché ho avuto un’ulteriore conferma di come certi film, soprattutto horror, risultano molto più coinvolgenti e suggestivi nella nostra fantasia, quando li sentiamo raccontare, rispetto a quando poi riusciamo a vedergli per davvero! Questa per me è un’ulteriore prova di come all’horror, e specialmente alle storie di fantasmi, giovino più le ombre e i sussurri, anziché le immagini esplicite e le grida. Perciò, quando oggi scrivo libri dove è molto presente la componente horror (come “La strega di Dark Falls”) m’interrompo sempre un attimo prima di raccontare come vengono commessi gli omicidi: stando a quanto mi confidano i lettori nelle loro e-mail, il mistero ne guadagna!»

Prima di arrivare alla scrittura hai girato dei cortometraggi. Cosa ti affascina del linguaggio cinematografico?
«La possibilità di utilizzare le immagini e di dare loro un ritmo attraverso il montaggio. E poi mi piaceva lavorare tutti insieme a un progetto comune: io curavo storia e regia, ma poi c’erano gli attori, l’autore delle musiche, gli scenografi, la segretaria di edizione… Sembrava di essere una grande famiglia!»

Come sei diventato uno scrittore?
«La ragione principale per cui scrivo, è tentare di ricreare in me e in un eventuale lettore le forti sensazioni provate da ragazzo quando m’imbattei in certi classici del cinema e del fumetto. Non ero un grande divoratore di libri, e forse non lo sarei neanche diventato, se intorno ai 14 anni non avessi incontrato romanzi come ‘Dracula’ e ‘Il buio oltre la siepe’…
Fin da piccolo nacque in me il desiderio di raccontare storie. Mi cimentai nel fumetto e nel cinema indipendente, questo fino oltre ai trent’anni. Poi accadde un fatto: mia nonna mi lasciò in eredità la sua soffitta, mi ci trasferii insieme alla mia fidanzata Giovanna e, per il primo Natale, pensai di regalarle un mio racconto su un folletto proteggicase… Miracolo! Scoprii che scriverlo mi riusciva, i personaggi funzionavano e, cosa ancor più importante, a lei il racconto piacque. Per puro caso avevo scoperto il mezzo espressivo che più mi era congeniale.»

Come è nata la serie Gli Invisibili?
«Dopo i racconti del folletto provai a cimentarmi in qualcosa di più lungo e mi dedicai a “Gli Invisibili e il segreto di Misty Bay”. L’idea nacque in me ripensando ai romanzi IT di Stephen King e “Il popolo dell’autunno” di Ray Bradbury. Entrambi i libri sono delle riflessioni sul traumatico passaggio fra l’infanzia e l’età adulta, un tema che sentivo molto vicino. Da bambino gli adulti mi parevano avere sempre una risposta per tutto, e tuttavia spesso li trovavo incapaci di comprendere le emozioni di noi ragazzi. Mi sembrava che più che crescere e maturare si fossero semplicemente trasformati in altre persone! Poi vidi il film Disney di Peter Pan, con tutti quegli adulti che non ricordano di essere stati all’Isola che Non C’è, e pensai: "Ecco, il punto è proprio questo, non ricordano! Ma non ricordano perché non possono o perché hanno paura di affrontare il bambino che sono stati… perché sanno che crescendo hanno tradito i loro ideali e sono scesi a certi compromessi?". Era soprattutto quest’ultima eventualità che mi frullava in testa e alla fine si trasformò nell’idea base del romanzo, in cui degli adulti si trovano ad affrontare loro stessi ragazzi. Con gli anni si corre il rischio di rinnegare ideali di amicizia e di giustizia. È questo che significa crescere? E farebbe altrettanto il ragazzo che siamo stati?»
Ci sono nuovi titoli in uscita per la Fiera di Bologna? Ci puoi dare alcune anticipazioni?
«Purtroppo non ho titoli in uscita a Bologna. Mi sono preso un po’ di pausa dagli Invisibili... soprattutto per non ripetermi e garantire sempre il massimo della qualità che posso offrire. Del resto ho scritto in un anno "L'enigma di Gaia", ma ha richiesto 2 anni di documentazione! Comunque sto lavorando ad altri libri per ragazzi, in particolare a un giallo ambientato in Italia, provvisoriamente intitolato “Il doppio giallo delle fiabe fuorilegge”… »

Incontri spesso bambini e ragazzi? Qual è la domanda che ti fanno più spesso? Cosa ti piace di più di questi incontri?
«Incontrare bambini e ragazzi è uno degli aspetti che più amo dell’essere scrittore. Mi chiedono molto spesso: “Quanto guadagni?” E, dopo la mia risposta, ribattono subito: “Ma allora perché scrivi?” Spiego loro che si scrive per vivere e per stare bene, non per guadagnare, ma non sempre mi sembrano del tutto convinti. La cosa che più mi piace degli incontri è quell’instaurarsi di un bello scambio di emotività e pensieri, spesso mi pare che l’aria si impregni di una sorta di elettricità che ci mette in contatto reciproco. È rivitalizzante! »

Quali i progetti per l'immediato futuro?
«Cercare di finire il mio giallo! »
Cosa ti aspetti dal Fantasio Festival: nuovi stimoli, incontrare i ragazzi, confrontarti con altri scrittori? O altro?
«Direi un po’ di tutto questo. Trovo molto stimolante l’idea di coinvolgere ogni autore in tre eventi distinti: il confronto con gli aspiranti scrittori, l’interrogatorio con il pubblico, la cena con l’autore. Mi aspetto un’esperienza arricchente da più punti di vista.»

(A cura di Laura Ogna)

 

 
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