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Intervista a Silvana De Mari

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“Amo ferocemente il fantasy”. Sono parole di Silvana De Mari, appassionata autrice di libri che riduttivamente si potrebbero definire per ragazzi ma che in realtà, per la possibilità di essere letti a diversi livelli, sono adatti per lettori grandi e piccoli. Eccone alcuni titoli tra i più recenti: “L’ultimo elfo” e “L’ultimo orco”, entrambi pubblicati da Salani. In arrivo tra pochissime settimane il terzo titolo di questa trilogia. “Noi viviamo di emozioni – puntualizza l’autrice – ed i cantastorie, da sempre, raccontano e regalano emozioni.” Silvana ha fatto il chirurgo sia in Italia che, come volontaria, in Etiopia, poi, da quando le è venuto il dubbio che i mali dell’anima possano essere non meno devastanti di quelli del corpo, si occupa di psicoterapia. “Ogni emozione modifica il nostro organismo – dice - Ogni creatura umana reagisce a una situazione di abbandono, vero o presunto, producendo cortisolo, che riduce la forza del sistema immunitario. Se un bambino sgridato ha una storia che gli permette di identificarsi con il protagonista, l’abbandono viene fronteggiato. La potenza della narrativa fantastica e fiabesca è quella di contagiare le emozioni.”
Come un antico cantastorie Silvana De Mari racconta i fatti della vita attraverso il fantastico e la poesia della fiaba.

Come è arrivata alla scrittura? E perché ha scelto di scrivere per i ragazzi?
Ho cominciato a scrivere a sedici anni dopo aver visto il film Brancaleone alle Crociate, geniale storia ambientata in un medioevo improbabile e visionario. Ho scritto le prime righe di un racconto lungo, La strega il Cavaliere, la Morte e il Diavolo, su una versione stracciona e disperata di Bradamante, che ho poi finito trent’anni dopo. Ci sono alcuni libri che ho riletto una ventina di volte, alcuni film che ho talmente visto e rivisto che ne conosco sequenze a memoria.: volevo essere anche io un raccontatore di storie. Ognuno di noi costruisce la società cui appartiene. La scrittura è uno dei sistemi possibili per aumentare il nostro peso sulla realtà.
La trilogia iniziata con L'ultimo Elfo come è nata?
Tra i quattro e i nove anni ho abitato a Trieste. Il cuore di mio padre non funzionava bene e gli erano state prescritte lunghe passeggiate. Il cane e io lo accompagnavamo, in queste marce, che spaziavano dalle scogliere al Carso, passando dalle strade della città e dai moli del porto. Fu allora che mio padre cominciò a raccontarmi complicate storie di spiritelli e gnomi, ambientate agli albori del mondo nelle foreste infinite che lo ricoprivano. E io cominciai a chiedermi, visto che le creature magiche erano dapprima esistite, per poi non più esistere, come fossero scomparse, quanto era stato terribile scomparire, se qualcuna delle creature si era accorta di essere l’ultima. Cosa avrei provato io a sapere che, dopo di me, nessuno come me sarebbe mai più esistito?
Mano a mano che crescevo alle buffe storie dei folletti se ne sovrapposero altre, atroci e terribili, che nascevano dai luoghi stessi che ci circondavano.
Mio padre cominciò a parlarmi delle trincee della prima guerra mondiale, che avevano traversato quegli stessi prati che noi traversavamo, seguiti dal nostro cane, lieto e felice per tutta quell’aria fresca e quella luce. Mi parlò delle Foibe, poco distati da noi, molto simili alle grotte che andavamo a visitare, e che un decennio prima erano state riempite di corpi gettati dentro vivi. Mi portò a vedere i muri della Risiera di San Saba, unico campo di sterminio sul suolo italiano. La Risiera non aveva contenuto riso ma persone, che poi erano state mandate nel posto dove è scritto che il lavoro rende liberi, e di tutte le cose che mi ha raccontato, questa memoria è la più assurda e la più indicibile. L’idea dell’ultimo elfo nasce dall’orrore del genocidio.
Un tema che come un filo rosso percorre i suoi libri è quello della diversità. Quali sono le paure che più angosciano i giovani lettori di oggi?
Il tema della diversità serpeggia sempre in tutte le epoche, ma è soprattutto nell’800 che compare con prepotenza nella letteratura. Fino al 1800 ci si spostava poco. Gli spostamenti erano stati ciclopici ed epocali: le invasioni barbariche, la scoperta del nuovo mondo. Nell’800 si inventano i motori a vapore e gli spostamenti diventano individuali e qualsiasi: nasce la tematica del diverso.
Nelle fiabe di Andersen la tematica del diverso ritorna ossessivamente: il brutto anatroccolo vorrebbe disperatamente essere uguale, come anche Pinocchio, il mostro di Frankestein. Nato nella letteratura il tema è stato ripreso e rilanciato nel cinema: Hollywood è stata in buona parte creata da transfughi dell’Europa in fuga davanti a persecuzioni millenarie che ne hanno plasmato una vera ideologia. Hollywoodiano per noi è sinonimo di superficiale e patinato, ma in realtà la tematica del diverso è stata un caposaldo di una parte non trascurabile della produzione cinematografica: è rimbalzata da un film all’altro anticipando a volte le successive battaglie per l’integrazione.
Negli ultimi cinquant’anni si è formata una tribù globalizzata, dove è necessario attenersi a regole cambiate in continuazione. La tribù è un gruppo con cui ci si può identificare, così da sentirsi uguali e accettati. Noi non possiamo sopravvivere isolati: madre natura fa in maniera che quando il gruppo ci rifiuta, quando la tribù ci isola, ci venga una mortale tristezza. ( Il termine tecnico è depressione: la serotonina, una sostanza che produce il nostro cervello e che ci è indispensabile per sentirci bene, crolla). Fino a 50 anni fa l’appartenenza a un gruppo era verticale: ci si comportava come padri, nonni, bisnonni e andava bene. Avevamo tutta la vita per imparare ed era difficile sbagliarsi. Ora le tribù sono orizzontali. La tribù attuale ha i pantaloni bassi, il video cellulare eccetera eccetera. Chi non capisce il linguaggio e il vestiario in fretta rischia di restare escluso dalla tribù. Il termine tecnico è “sfigato”, l’essere sfigati è una colpa imperdonabile.
Nei suoi libri gli orchi hanno un'anima, sono bambini le cui mamme non hanno saputo trasmettere l'amore per la vita. Non ci sono quindi buoni e cattivi, bianco e nero ma bisogna saper guardare oltre lo stereotipo. E' un messaggio molto forte per i ragazzini di oggi, importante soprattutto in questi tempi di fondamentalismo e di estremismo.
Nei suoi incontri con i ragazzi quali reazioni, commenti ha avuto su questo punto?
Mi chiedono qual è la soluzione perché non ci siano più orchi. Mi chiedono cosa bisogna fare. Non è una domanda difficile. La risposta c’è già, è già stata data. Le istruzioni ce le ha già date Martin Luther King. Giudicate gli atti di un uomo indipendentemente dal colore della sua pelle, della sua religione. Questa è la regola e si applica sempre.
Quando uscirà il seguito de L'Ultimo Orco? Può darci qualche piccola anticipazione?
A brevissimo uscirà "Gli ultimi incantesimi". È una storia di Regine. Una storia di Guerriere. Il loro destino non è scolpito su un muro, ma scandito da una filastrocca, che dai passi di una bambina a quelli di un’altra, attraversa i secoli. Risuona nelle cucine, vicino ai lavatoi, tra i panni stesi. Sarà tra le cucine, vicino ai lavatoi, in mezzo ai panni stesi che le madri ricostruiranno il filo del coraggio, che le porterà a essere libere, a non abdicare ai più ancestrali e assoluti dei diritti.
Tra tutte le regine la più disperata è quella degli Orchi, disposta a sacrificare non solo la vita, ma l’eternità. La più sola è la Regina del Mondo degli Uomini. La più disarmata è la Regina del popolo deportato dei Nani, condannato a morire nelle miniere, la più improbabile è Masciak la Grassa, la figlia del boia, Signora degli Eserciti. Tutte dovranno imparare a combattere e a vincere, perché il futuro del mondo passa dalla libertà e dalla forza delle madri, passa dal loro diritto inalienabile di scegliere il padre dei loro figli, mostrare il viso, sentire il vento nei capelli,dal loro diritto inalienabile di non essere battute, vendute, comprate, sfruttate, ripudiate, lapidate, bruciate.
Cosa si aspetta dalla sua prossima esperienza al Fantasio Festival di Perugia?
Mi aspetto il contatto con le persone, lo scambio di energia che si forma.
Quali sono le domande che più spesso le rivolgono i ragazzi che incontra nelle scuole?
Ci sono due tipi di domande che si alternano: quelle tecniche ( quanto tempo ci vuole per un libro? come si trova un editore? quanto guadagna uno scrittore?) a quelle che indagano le mie motivazioni (perchè quel passaggio? perchè quel personaggio?), e quanto sia importante per me essere mamma.


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